• «Non mi importa se passeremo alla storia come barbari» non solo rappresenta la piena maturità artistica di Radu Jude, ma è anche uno dei più grandi film del XXI Secolo...
  • Il film di Peter Watkins è la risposta cinematografica alla trappola della "monoforma", prestandosi ad essere uno dei film-manifesto più rivoluzionari della storia del cinema...
  • Cosa è più importante? La vita o le idee? Il corpo o l'anima? Il visibile o l'invisibile? Questo è quello che si chiede insistentemente la regista sovietica Larisa Shepitko...
  • È d'obbligo la sua visione prima di scomparire da questo mondo, ma soprattutto prima di continuare a leggere questo blog che porta con tanto onore il suo nome.

venerdì 13 marzo 2026

Il ballo delle pazze (2021)

Il film è tratto dall'omonimo romanzo di Victoria Mas ed è ambientato nella celebre Hôpital de la Salpêtrière di Parigi, istituzione realmente esistita e centrale nella storia della neurologia moderna. Nella seconda metà dell'Ottocento l'ospedale divenne il laboratorio scientifico del medico Jean-Martin Charcot (Grégoire Bonnet), figura fondamentale ma anche controversa. Le sue celebri lezioni cliniche attiravano studenti e curiosi da tutta Europa. Le pazienti, spesso diagnosticate con quella che allora veniva chiamata "isteria", venivano ipnotizzate davanti al pubblico e osservate durante le crisi. Molte donne venivano internate non soltanto per malattia, ma perché considerate scomode, ribelli o scandalose.
La scelta del film di inserire in questo contesto una protagonista che parla con i defunti non è casuale. Eugénie Cléry (Lou de Laâge) è una giovane borghese dotata di un dono che la società del suo tempo non può che leggere come sintomo, e la sua presenza incrina fin dall'inizio il materialismo scientifico dell'istituzione medica. Non si tratta di opporre spiritualità e scienza, ma di suggerire che l'esperienza umana eccede sempre lo sguardo clinico che pretende di contenerla. Quando il padre (Cédric Kahn) la fa internare alla Salpêtrière, strappandola alla complicità del fratello Théophile (Benjamin Voisin), Eugénie scopre un universo dove le "terapie" rivelano quanto fosse sottile il confine tra medicina e coercizione. Bagni prolungati in vasche con grossi pezzi di ghiaccio capaci di provocare bruciature cutanee e danni ai vasi sanguigni, sedute di ipnosi che potevano indurre paralisi temporanee o perdita di sensibilità, somministrazione di etere e oppio come sedativi, un insieme di pratiche che rivela quanto il corpo femminile fosse terreno di una disumanizzante e cieca sperimentazione.
Tra le pazienti, Eugénie stringe un legame con Louise (Lomane de Dietrich), internata dopo aver denunciato gli abusi sessuali dello zio, come se la sola parola di una donna rivolta contro un uomo fosse già di per sé un sintomo di follia. Louise intrattiene con il medico Jules (Christophe Montenez) una relazione che lei stessa fatica a decifrare, e la cui natura di sfruttamento emergerà soltanto nel corso dello sviluppo degli eventi. La violenza sessuale non è dunque un episodio isolato, ma un filo che percorre l'intera narrazione, pratica strutturale di un sistema che usa il corpo delle donne come spazio di dominio indisturbato.
Un barlume di speranza si apre quando Eugénie riesce a entrare in contatto con la sorella defunta dell'infermiera Geneviève Gleizes (Mélanie Laurent), donna rigorosa e devota alla scienza di Charcot. Questo incontro incrina la sua certezza razionalista e apre una crepa nella sua fedeltà all'istituzione.
Il montaggio è costruito con intelligenza, spesso osserviamo le stesse azioni quotidiane compiute da donne diverse senza riconoscerle subito perché poste di spalle all'obiettivo, questa scelta elimina qualsiasi gerarchia nello sguardo. L'occhio della regista non impone una protagonista dominante ma costruisce una comunità di destini, e proprio questa visione paritaria fa emergere con maggiore forza il peso del classismo. Tutte le donne sembrano ugualmente prigioniere della logica patriarcale, ma la loro posizione sociale determina quanto la loro voce possa essere creduta o cancellata.
Il celebre ballo delle pazze, che dà il titolo al film, non è un'invenzione narrativa. Alla Salpêtrière veniva davvero organizzato, in occasione della mezza quaresima, un evento chiamato bal des folles. Le pazienti venivano travestite e fatte ballare davanti a medici e visitatori dell'alta società parigina. Quella festa mondana, pittoresca agli occhi della borghesia, diventa nel film il simbolo più brutale della spettacolarizzazione della follia. La colonna sonora di Asaf Avidan accompagna con tensione crescente la progressiva accumulazione di violenza, trasformando la scena conclusiva in una vertigine emotiva dove convivono orrore e desiderio di fuga.
Il film restituisce una pagina oscura della medicina moderna, ricordandoci quanto il sapere scientifico possa trasformarsi in dispositivo di potere quando si intreccia con le gerarchie sociali e di genere. Non è però un film privo di difetti, alcuni personaggi secondari risultano trattati in modo quasi macchiettistico, ma le convincenti performance del cast riportano il racconto alla sua verità.  
Mélanie Laurent dimostra con quest'opera di essere non soltanto una grande attrice, ma anche una regista sensibile e precisa, capace di mantenere un equilibrio efficace tra rigore storico e tensione emotiva.


Il film è disponibile in streaming su Prime Video.

sabato 31 gennaio 2026

Miranda ha bisogno di noi: sosteniamo le sue cure!

Miranda, la dolcissima gatta di mia sorella, da Dicembre soffre di problemi respiratori e starnutisce con tracce di sangue. Nonostante visite veterinarie e cure con antinfiammatori, la situazione non è migliorata. Negli ultimi giorni le sue condizioni sono peggiorate e ha dovuto essere ricoverata.
Il veterinario ha consigliato endoscopia e TAC per capire esattamente cosa ha. Tutti gli esami e le visite precedenti sono stati molto costosi, e il preventivo per queste ultime cure è di 1200 euro, una cifra che al momento non possiamo sostenere da soli.
Per questo abbiamo deciso di aprire una raccolta fondi su GoFundMe. Ogni contributo, anche piccolo, può fare la differenza! Vi chiediamo di aiutarci anche condividendo questa pagina. 

LINK PER DONARE: gofund.me/2991acdf3

Grazie di cuore a chi vorrà aiutarci e condividere!


mercoledì 14 gennaio 2026

I 10 MIGLIORI FILM VISTI NEL 2025


Durante il corso dell'anno mi capita di guardare moltissimi film, ma non sempre riesco a dedicare a ciascuno un articolo su questo blog. Letterboxd è uno strumento estremamente utile per mantenere un diario aggiornato delle proprie visioni cinematografiche.
Ogni anno, con l'obiettivo di sintetizzare e condividere questa esperienza, scelgo di compilare una lista dei 10 migliori film che ho visionato durante l'arco dell'anno. L'ordine dei film selezionati è puramente cronologico e non rappresenta una classifica basata su criteri di merito artistico.
Di seguito, la lista dei 10 migliori film visti nel 2025.

giovedì 20 novembre 2025

Mr Nobody Against Putin (2025)

Nel 2022, con l’invasione su larga scala dell’Ucraina, qualcosa si incrina definitivamente nelle scuole russe. Il sistema educativo viene rimodellato dal Cremlino, trasformato in un prolungamento della mobilitazione militare, e le aule diventano uno degli strumenti più aggressivi della propaganda, pensata per militarizzare il paese e preparare soldati fin dall’infanzia. È dentro questo nuovo scenario educativo che si inserisce Mr Nobody Against Putin, un documentario schietto, provocatorio e toccante, la cui forza è nel suo protagonista Pavel “Pasha” Talankin, un insegnante e videomaker di una piccola città, non un eroe ma un uomo che si osserva, consapevole della propria paura e tuttavia deciso a continuare a testimoniare l'inquietante metamorfosi scolastica. La telecamera diventa difesa e confessione, il modo più onesto per restare fedele a se stesso, anche quando lo espone al rischio. Attraversa aule, corridoi, saggi scolastici e parate, mentre da una dichiarazione filmata di Putin emerge una frase destinata a riassumerne la nuova logica pedagogica: “Non si vince la guerra, si insegna a vincere”, formula che funzionari e insegnanti adottano senza mai metterla in discussione. La scuola diventa un laboratorio di patriottismo militare, in cui soldati e istruttori entrano nelle classi, mettono in mano ai ragazzi armi e granate, organizzano esercitazioni e competizioni. Molte di quelle armi arrivano dalla seconda guerra mondiale, offerte come reliquie da toccare e imitare, mentre la familiarità con la guerra si trasforma in lezione e in esercizio di appartenenza.
In questo disegno Putin si rifà a un’immagine illusoria dell’Unione Sovietica, una nostalgia costruita più sul mito che sulla memoria, visto che il fine non è certo il comunismo, come appunta lo stesso Talankin. Nei vecchi filmati celebrativi di quel periodo, come quelli rimontati in Revue (2008) dal regista ucraino Sergei Loznitsa, si può osservare una fede autentica del popolo sovietico, soprattutto nelle scuole quando i bambini recitavano le poesie su Lenin, un’adesione che passa anche dagli occhi luminosi e dai corpi entusiasti, per quanto oggi se ne riconosca la funzione di culto della personalità. I bambini di Putin invece non credono nemmeno alla propaganda che recitano, si limitano a leggere le battute da un pezzetto di carta, come in una recita mal provata, ed è proprio questa distanza tra le parole e lo sconcerto dei loro volti a rendere lo spettacolo insieme ridicolo e disturbante.
Talankin continua a filmare anche quando il lavoro lo obbliga a montare video celebrativi, sfilate e commemorazioni, e in un momento cruciale confessa di sentirsi parte della macchina propagandistica.
Quando è costretto a lasciare la Russia, l’esilio assume la forma di un paradosso doloroso, perché l’unico modo per non tradire il proprio Paese sembra diventare l’uscita di scena. Eppure dentro questa rassegnazione continua a covare un gesto di libertà: girare il film significa rivendicare la verità, sottrarsi al silenzio e combattere la propaganda.
La regia di David Borenstein accompagna Talankin con pudore e fermezza, tiene lo sguardo vicino al suo e non impone un giudizio, costruisce piuttosto uno spazio intimo in cui le emozioni si esprimono liberamente. Il passaggio al Sundance 2025 ha dato visibilità a questa piccola resistenza nata tra archivi scolastici e hard disk clandestini, lasciando in eredità una domanda che pesa più di qualsiasi risposta: che cosa significa educare quando il potere spinge verso una militarizzazione dell’infanzia?

lunedì 17 novembre 2025

Welcome to Chechnya (2020)

Ci sono film che non si limitano a documentare la realtà, ma la affrontano come un campo di battaglia. Welcome to Chechnya di David France è uno di questi. È un documentario necessario, che squarcia il silenzio attorno alla persecuzione delle persone LGBT in Cecenia, una tragedia di cui l’Occidente sembra ricordarsi solo per brevi e distratte parentesi mediatiche. La repressione fu già denunciata da Amnesty International nel 2017, quando oltre cento uomini ritenuti omosessuali furono rapiti, torturati e in alcuni casi uccisi, costretti a rivelare i nomi di altre persone Lgbti. E non si è fermata lì, alla fine del 2018 una nuova ondata di violenze ha portato alla detenzione di circa 40 persone in un edificio governativo ad Argun, sottoposte a torture e maltrattamenti, con almeno due morti accertati. In alcuni casi, le autorità avrebbero perfino distrutto i passaporti, rendendo quasi impossibile la fuga. 
Il documentario, girato in clandestinità, con camere nascoste e telefoni cellulari, segue un gruppo di attivisti che mette a rischio la propria vita per aiutare uomini e donne a fuggire dal paese. Dentro questa rete di salvataggio emerge l’incredibile lavoro della Russian LGBT Network, che nell’arco di due anni è riuscita a portare in salvo più di centocinquanta persone. Durante la visione, assistiamo a due luoghi complementari di questo percorso, da un lato un rifugio dove i fuggiaschi possono sostarsi, sostenersi a vicenda e ricevere aiuto psicologico, dall’altro una serie di appartamenti di transito predisposti dagli attivisti per periodi di isolamento e preparazione all’espatrio (nuovi documenti, protocolli di sicurezza, contatti con i paesi di accoglienza). Il regista per filmare senza destare sospetti ha dovuto fingersi turista, portando con sé due telefoni, uno per le riprese e un altro pieno di foto “da vacanza” da mostrare alle autorità in caso di controlli.
L’espediente tecnico più innovativo del documentario è l’uso del deepfake, che ha permesso di proteggere l’identità delle vittime sostituendo i loro volti con quelli di altri volontari. Questa tecnologia digitale nata per ingannare l’identità diventa, qui, il suo contrario: non falsifica la realtà, ma la preserva, trasformandosi in uno scudo umano, un atto di solidarietà che diventa anche una forma di resistenza.
Uno degli aspetti più sconvolgenti del documentario è la presenza dei “video trofeo”, girati dagli stessi carnefici durante la caccia ai gay e che gli attivisti intercettano quotidianamente. In quelle immagini assistiamo a pestaggi, torture e anche uno stupro, probabilmente il momento più insostenibile del film. 
Qui emerge un paradosso che agghiaccia: chi dichiara di odiare i gay sceglie proprio l’atto sessuale per punirli. Non è desiderio, ma l’uso del sesso come strumento di annientamento, perciò l’omosessualità dell’atto non contraddice l’omofobia, piuttosto ne rivela la sua natura più brutale, come potere che violenta l’intimità per riaffermare, con la forza, i confini dell’ordine patriarcale.
Il leader ceceno Ramzan Kadyrov appare in un’intervista, ridendo e grattandosi grottescamente la barba quando gli viene chiesto delle purghe. “Non abbiamo gay”, dichiara, “Se ce ne sono, per purificare il nostro sangue, prendeteli. Mandateli in Canada” Il Cremlino, dal canto suo, nega tutto, definendo le accuse “infondate”. Ma le prove sono lì, filmate, raccontate, vissute sulla pelle dei sopravvissuti. 
L’unico sopravvissuto ad avere il coraggio di uscire dall’anonimato è Maksim Lapunovche nel finale compie un gesto radicale: rimuove il deepfake che lo proteggeva e restituisce allo spettatore la sua identità, trasformando il suo volto non più nascosto in un atto di denuncia aperto. È anche l’unica vittima che ha sporto denuncia ufficiale alle autorità russe, ma l’inchiesta penale preliminare sulle sue accuse è stata chiusa, senza che i responsabili delle violenze venissero portati davanti a un tribunale. 
Il film non offre conforto e il destino degli altri fuggitivi rimane incerto. David Isteev, uno degli attivisti più presenti nel documentario, confessa verso la fine di sentirsi esausto, di non avere più fiducia nella giustizia. “Questa storia ha bisogno di una conclusione degna,” dice, “e questa è ancora molto lontana.” 
David France, dopo il successo per la regia di The Death and Life of Marsha P. Johnson e la produzione di Queendom, si impone come uno dei più grandi documentaristi queer del nostro tempo.



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