Vanya è un bambino di sei anni, orfano, rinchiuso in un orfanotrofio fatiscente in un remoto villaggio russo. Per lui e gli altri bambini, la vita sembra priva di speranza, a meno che una famiglia non decida di adottarli. Per Vanya, la speranza arriva da una giovane coppia italiana, intenzionata ad adottarlo. Mentre la direttrice dell'orfanotrofio negozia con la coppia, Vanya ha un incontro casuale con la madre di un altro bambino orfano, una donna determinata a riprendersi il suo bambino. Scopre che il suo piccolo è stato ormai adottato, e, sopraffatta dal dolore e dal senso di colpa, si ubriaca. Dopo alcuni giorni, viene trovata morta, qualcuno che ipotizza il suicidio. La vicenda scuote profondamente Vanya, che comincia a chiedersi cosa accadrebbe se sua madre si presentasse mentre lui si trova in Italia con la nuova famiglia. Il dubbio lo tormenta e una "voce" interiore lo spinge a credere che sua madre non lo abbia mai voluto abbandonare. Così, decide di fuggire dall'orfanotrofio e partire alla ricerca della sua vera madre. Andrey Kravchuk, al suo secondo lungometraggio, dimostra di avere una grande padronanza con la macchina da presa ed è ben evidente l'influenza che la tradizione cinematografica sovietica di Tarkovsky e Sokurov hanno avuto su di lui. Kravchuk costruisce immagini suggestive, trasportandoci nelle mura gelide e degradate di un orfanotrofio, dove si scorgono dalle finestre i volti opachi e malinconici dei bambini in attesa della speranza e dell'amore di una famiglia che possa accoglierli. Momenti di solitudine descritti dal regista, mi hanno ricordato molto Arrivederci Ragazzi, il capolavoro di Louis Malle, anche se il contesto è differente. La fotografia cupa e nebbiosa sembra evidenziare l'incertezza del futuro di questi bambini, ma anche l'impossibilità di guardare oltre la propria realtà quotidiana, privata da qualsiasi evasione a causa della direttrice dell'orfanotrofio piuttosto gretta e avara. La vicenda del piccolo Vanya è l'unico filo narrativo teso dalla sceneggiatura, teso anche più del dovuto, perché ho avuto l'impressione che l'unica pecca del film fosse proprio la mancanza di un'indagine più corale di alcuni personaggi secondari che avrebbero meritato più attenzione e reso più solida la prima parte. La seconda parte è incentrata sulla fuga del piccolo Vanya in cerca della madre, ed è il momento migliore del film, dove tra incontri gentili e inseguimenti violenti nella città russa, tanto luminosa quanto caotica, si arriva con stupore ad un finale epifanico, che fa chiudere un occhio a qualsiasi imperfezione del film. Nell'incontro finale, Kravchuk regala un momento di altissima poesia che non può che suscitare commozione. Un elemento particolarmente interessante in questo scenario è il significato simbolico dell’acqua piovana, che, come nei film di Tarkovsky, rappresenta l’accoglienza, il ricongiungimento e il riempimento materno: il liquido amniotico che nutre il feto.
Superba, tanto che non ha nulla da invidiare a molti attori bambini nel panorama hollywoodiano, l'interpretazione del piccolo Kolya Spiridonov al suo esordio. Il film ovviamente non è uscito in Italia, ma potete trovare il DVD acquistabile online e qui fortunatamente potete trovare i sottotitoli in italiano su opensubtitles.
interessante, cercherò di vederlo :)
RispondiEliminaCe l'ho in lista da secoli, ma ancora non ho modo di vederlo. Ma ora che so che l'hai visto anche tu, lo recupererò presto, così ne parliamo. Comincia a tremare :) [E bentornato col nuovo blog!]
RispondiEliminaperchè dovrei tremare? :p
RispondiEliminaComunque si vedilo, a mio parere ne vale la pena.
Interessante trama!
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